Magico carso. Una gita in Slovenia ( Giuseppe A. Moro alias Mayo)

Una gita in Slovenija

Per gran parte di noi “Carso” significa grotte ad andamento prevalentemente verticale, conimg_2113 pozzi intervallati da sale o brevi gallerie, decorate da un concrezionamento abbondante. Fanno eccezione alcune grandi grotte, che sono in realtà il substrato in cui la speleologia ha sviluppato le sue radici, come l’immenso inghiottitoio delle Skocijanske Jame (San Canzian) o il salone Lindner dell’Abisso di Trebiciano. Stiamo comunque parlando in generale di un Carso di basse energie, di piccoli dislivelli, di cavità molto antiche e quasi completamente fossili.

Il Carso che non ti aspetti è quello di grotte giovani, attive, alte energie. Onestamente, io l’aria in Carso non l’avevo mai sentita se non alla botola di Trebiciano mentre calava la piena e il pistone formato dal Timavo si abbassava.

Venerdì abbiamo contattato Linus per sentire se avesse qualche proposta. La sua è stata Beka Ocizla (pronunciato correttamente è Beca Ozisla con la “s” sonora). Ah, dico io, estic… Bon, ci sono strettoie? No. Allora veniamo.

Domenica mattina solito ritrovo a Basovizza e composizione incasinata, come sempre, in una squadra sardo furlan giuliana di quattro persone. Bon corde gavemo, attacchi anche. C’è anche la mia 50 e gli attacchi che abbiamo comprato a spizzichi. Benon. Ci avviamo verso il carso sloveno e superiamo Kozina per raggiungere Ocizla, poi prendiamo la strada per Beka e infine ci infiliamo in una sterrata, al bordo di cui parchegghiamo dopo un po’.

Controlliamo di avere tutto il necessario per armare, ovvero più del necessaro per armare considerato che c’è un dibattito su un salto che secondo Fabrizio è sulla ventina di metri, secondo Linus si fa con una corda da venti, insomma portiamo la mia 50 così siamo tranquilli. Linus, porto anche la ferraglia? No servi. Bon. Nel frattempo Ughetta ha messo la ferraglia nel sacco, non ha sentito, ma lo scopriremo solo dopo un paio d’ore.

Nel frattempo Linus ironizza sulla maledizione delle corde insufficienti che pare colpisca Norbedo e Battisti, mentre Ughetta ricorda che ogni volta che è stata a Gabrovizza con Linus si è fermata a 5 metri dal fondo perché le corde erano insufficienti. Sta volta dovremmo averne troppe. Forse. Ma il rilievo qualcuno lo ha visto?

No.

Prima di partire commetto un errore madornale, roba da principiante: Ughetta propone di mettere tutto nel sacco squadra, corda, ferraglia, merenda e scorte varie. Io come un zurlo approvo, perché appare sensato avere 4 sacchi in 4 persone, pur sapendo che quando ho preparato il mio sacco individuale l’unico modo per non dimenticare nulla è portare il mio sacco individuale così com’è.

Raggiungiamo rapidamente l’ingresso della grotta, che si apre in fondo a una dolina a imbuto, un inghiottitoio. Scendendo in auto avevo notato “ma guarda, c’è ponka”, noto anche come flysch eocenico. La copertura di flysch del Carso ha consentito per un lunghissimo tempo l’esistenza di torrenti superficiali e la concentrazione delle acque in alcuni punti di assorbimento, generando così inghiottitoi di ragguardevoli dimensioni e le relative gallerie. Se guardiamo il Carso di oggi fatichiamo a immaginare la possibilità di formare ambienti vasti pochi metri sotto la superficie con questo assorbimento diffuso e senza torrenti sotterranei. La visione è sbagliata, innanzitutto perché basata sulla conoscenza della fascia costiera del Carso, quella in territorio italiano dove per decenni siamo andati in grotta. In quella zona manca completamente la copertura di flysch, scomparsa da molto tempo. Vediamo un sacco di pozzi, intercettiamo gallerie che sono tappate da frane antichissime e concrezioni, trasformate così in saloni allungati, ma non vediamo quasi mai la zona in cui si percepisce un reticolo idrografico sotterraneo. Le grotte del Carso in cui sono andato per quasi trent’anni sono dritte come gli asparagi.

Mi rendo conto di non avere i guanti. Sono nel mio sacco personale.

All’ingresso della grotta di Beka – Ocizla segue una galleria un po’ scivolosa, dove fanghiglia e detriti vegetali fanno capire che l’acqua qui porta dentro un po’ di tutto, dilavando la lettiera del bosco soprastante. Cosa rilevante, ci si sporca di un fango nero carico di materiale organico, non del fango rosso di idrossidi del Carso consueto. Dopo un breve percorso si torna alla luce. Come? Classico carsico, la galleria arriva in una ex sala, ora crollata e trasformata in una voragine a imbuto, dove in fase di piena arriva acqua da un’altra direzione. Questa è la Voragile di Ocizla. Tutta l’acqua ha scavato una via di uscita, verso il basso, immediatamente a destra del nostro arrivo. Si inizia a scendere sul serio e la grotta conferma la prima impressione: non è il solito buco verticale concrezionato e fine lì. Accanto alle concrezioni c’è roccia levigata dall’acqua, questo è un attivo vero.

Mi rendo conto di non avere la luce di emergenza. E’ nel mio sacco personale.

La prima sequenza di salti viene affrontata con una corda da 100 (se non ricordo male). Siamo in una specie di forra che scende a salti di non grande altezza, saranno sui 15 metri al massimo, con la solita pozza alla base e poi via al saltino successivo. C’è pochissima acqua, lo si capisce anche dal fatto che gli armi sembrano concepiti per aggirare in traverso delle pozze che non ci sono, o sono molto ridotte in dimensioni.

Arriviamo a una zona che sembra un sifone pensile. C’è un accumulo notevole di materiale organico, adesso quasi secco, che puzza un po’ ma regala un sacco di energia alla fauna della grotta. E’ tutto un fuggi fuggi di insetti e crostacei che sembrano scocciati dalla nostra presenza, per lo meno quelli che conservano dei fotorecettori. Nelle pozze ci sono una miriade di Niphargus (credo siano Niphargus, diciamo Anfipodi stigobi) e sanguisughe un po’ dovunque. Vedo un bel sensore piezometrico attaccato alla parete con una staffa in una nicchia. Evidentemente si sta studiando il comportamento di questo sifone pensile.

Seguono gli altri salti e scopriamo che Fabri ha torto: il famoso saltin si fa con la corda da 20, non è alto 20 metri. A questo punto ennesimo qui pro quo, oppure qui quo qua. La mia 50 (e la ferraglia che non dovrebbe essere nel sacco) potrebbero rimanere qui. Ma il sacco passa continuamente di mano, lo porta per lo più Ughetta sulle verticali, perché io non ho il baricentrico. [Non ce l’ho da 28 anni il baricentrico, ma ho sempre portato i sacchi lo stesso]. Dove bisogna arrampicare o fare traversi me lo coccolo io. Finché a un certo punto finisce da Linus che sentendo il peso esclama Ciò ma cossa gavé qua, el nono?. E così il sacco giallo diventa il Nonno.

Pesa perché c’è l’acqua di Mayo. L’acqua, non la ferraglia e la corda che non servono, chiaro?

Finiamo in una galleria bella, con una sezione fantastica. A un certo punto si arriva a un “punto basso”, oltre la galleria risale un po’ e il velo d’acqua ti viene incontro.
Questo sembra bizzarro, perché a sto punto dovrebbe esserci un lago. Invece no, perché al pavimento si apre un pozzetto, dove le acque si infilano sgocciolando. A fianco a questo una fessura larghetta (allargata) finisce anch’essa nel sottostante meandro. Qui inizia il tratto di grotta che Linus non ha mai visitato ed è il nostro obiettivo per la giornata.

Ughetta guarda perplessa il passaggio, secondo me sta valutando se possa farmi uscire di testa, perché sembra largo per lei, ma giusto per me. E si sa che il mio cervello rifiuta qualunque cosa sia più stretta di un metro, ma preferisce i passaggi larghi due metri. Sotto il metro posso avere un vero attacco di panico e saltare come una pentola a pressione con la valvola bloccata.

Per scendere si parte con due fix alti, piazzati su una sporgenza della parete sinistra, e un deviatore attaccato a uno spit sulla parete destra. Linus armeggia, imprecando un po’ e facendo strani versi, per avvitare gli anelli stando in equilibrio. Io guardo e penso che forse, data la mia statura, mi sarebbe risultato molto più facile avvitare quei dadi, dato che gli spit saranno stati piazzati da qualche speleo sloveno, ovvero mediamente qualcuno sopra il metro e ottanta, ma pigramente non dico nulla. Mi piace fare il turista deresponsabilizzato? Forse no, ma lasciamola così.

Linus parte, io metto un piede in una vaschetta e provoco una piccola onda, che innesca una piccola cascatella, che provoca una piccola doccia a Linus. Il quale ringrazia calorosamente.
Segue Carol che scivola leggera nella fessura. A sto punto sono stufo di guardare e chiedo a Ughetta se posso andare io, prima che l’idea di passare da “largo 10 metri” a “largo 50 cm” mi faccia innervosire.

Passo indenne attraverso la fessurona e si allarga subito tutto, sotto effettivamente c’è un meandrone, che diventa una forra fantastica. Ughetta chiude la carovana, portando il Nonno. I salti che si susseguono sono su roccia compatta e levigata dall’acqua, lucida, proprio bella. Linus dice che sembra una grotta da Prealpi e sono d’accordo, pare un piccolo Vigant.

Purtroppo la serie di salti si interrompe troppo presto, ma segue un tratto meandreggiante stupendo. Meandro altissimo, non vedo il soffitto, tortuoso ma largo e pulito. D’improvviso si va a sbattere su una struttura ortogonale. Se sia una faglia o una diaclasi non lo sappiamo ma la sezione rimane molto alta, pur inclinandosi in modo fastidioso per la comodità della progressione e divenendo rettilinea. Dove andiamo? Secondo Linus il sifone dovrebbe essere a destra, ma poco prima ha dichiarato Ufficialmente no so dove che semo. Non abbiamo un rilievo, né ne abbiamo visto uno. Andiamo a naso.

La diaclasi inclinata parte dritta e relativamente comoda, col fondo ciottoloso. Niente fango, il che non depone molto per un sifone, e mi sembra di sentire una debole circolazione d’aria.

Arriviamo a una pozza, lunga e ovviamente stretta. Passare in opposizione non sembra semplice, ma in alto c’è un traverso armato con il cordino dinamico che abbiamo già visto sopra i salti. Cossa femo?

A sto punto mi parte l’embolo. Ho con me il Nonno, lo mollo a terra per stare leggero e salgo al traverso, mi allongio e inizio a grufolare sbuffando e facendo eccessive manifestazioni di fastidio mentre avanzo. Arrivo a un ancoraggio intermedio e mi metto a ridere. Ciò vedarè cos’ che i gà fato sti mati!! Il cordino è annodato (con un semplice?) attorno a una clessidra, che in realtà è una lama di roccia anche piuttosto tagliente. Come a dire, è destinato a disintegrarsi come quel traverso trovato su fra i pozzi.

Esaminato il cordino valuto che dovrebbe reggermi e che mal che vada posso fare uno scivolone nell’acqua. In quel momento non mi passa per la testa che una stupida botta alla mia solita caviglia può fare partire una tragica operazione di soccorso. Ho fiducia nel cordino e soprattutto non so cosa ci sia davanti a me. Niente rilievo, niente relazione. C’è il cordino, ma anche se so che c’è già passata (molta?) gente il buio davanti a me è il regno dell’ignoto.

L’unica cosa che mi fa superare decisamente la claustrofobia è la curiosità, la sensazione dell’ignoto la innesca. Passo il traverso e trovo una corda a nodi che scende nella fessura. Ooo, c’è una corda a nodi come in Corchia! Lo sapesse Pallina!! (la storia della corda a nodi del Corchia e di Pallina devo averla scritta da qualche altra parte)

Scivolo in modo controllato alla base della fessura e, senza verificare se qualcuno mi stia seguendo, parto a tutta velocità lungo la fessurona, che continua dritta e imperterrita il suo percorso. A un certo punto si allarga tutto. Si percepisce un arrivo dall’alto. Oltre l’allargamento torna a stringere e prosegue sempre dritta. Via, gamba qua gamba là per evitare l’acqua e alla fine vedo alla mia sinistra una sagola fissata a una lama. A destra ci sono dei pesi da sub. Seguo la sagola un paio di metri e trovo il laghetto. Un altro sensore piezometrico è immerso nell’acqua. Oltre la fessurona prosegue aerea, ma non so se bagnarmi o meno. Guardo il sifone, scruto il buio oltre il laghetto e torno indietro per cercare gli altri.

Mentre torno verso la corda a nodi percepisco una leggerissima corrente sul viso. Sifone – corrente, la cosa non è logica. Quando torniamo tutti insieme al sifone per farci la foto di gruppo ci accorgiamo che non produciamo la solita nuvola di vapore. Siamo veramente di fronte a un sifone? Qui circola aria, verso un ingresso basso. Non è fortissima, come mi aspetterei dato che i vuoti percorsi non sono piccoli, ma sappiamo anche di non sapere quanto sia alta la fessurona in cui ci troviamo. Noi siamo qui su un “pavimento” di ciottoli, ma sopra di noi molti metri, decine di metri di vuoto possono permettere a metri cubi d’aria di fluire con velocità piuttosto basse.

Auguro mentalmente buona fortuna ai colleghi sloveni che stanno esplorando (suppongo) e ce ne torniamo ai sacchi per fare merenda.

Siamo molto soddisfatti, la grotta è bellissima e assolutamente diversa da quelle a cui il Carso ci ha abituati. Penso a quale soddisfazione debba dare esplorare una cavità così. Pensa che bello dev’essere stato trovare quel passaggio di ringiovanimento e scendere il meandrone che ci ha portati alla diaclasi “finale”. Che finale non è, perché siamo ben alti.
Facendo i conti a spanne con Linus stimiamo di essere scesi di circa 150 m. Alcuni dati trovati in rete il giorno dopo parlano di poco più di 140 m di dislivello. Abbiamo occhio. Comunque, significa che il “sifone” che abbiamo visto è a più di 200 m sul livello del mare e ci sembra di ricordare che l’acqua di questa grotta esca dalle risorgenze di Bagnoli della Rosandra, molto più in basso.

Dopo un po’ si riparte, con l’obiettivo trasformato in “uscire e andare in gostilna”. La famiglia dei sacchi cresce rapidamente quando Carol battezza il sacco bianco (modello Felpe) lo Zio, perché pesa meno del Nonno, ma rompe comunque. Alla fine ci troviamo con un parente a testa, fra Nonno, Zio e i due Cugini di Campagna.

Tornati alla partenza della seconda serie di salti Linus decide che è meglio se i dadi dei due fix li cavo io. Scopriamo così che effettivamente quei centimetri di braccia in più aiutano molto e smonto tutto in zif e zaf.

In circa sette ore tutto è disarmato, i parenti della famiglia Sacchi sono in bagagliaio e siamo pronti per la gostilna. Tutto questo dopo avermi fatto perdere dieci anni di vita e dieci litri di acqua nella breve salita dalla grotta all’auto, con temperatura da altoforno (per me) che Ughetta reputa probabilmente appena sufficiente per stare bene.

Splendida grotta, gaia compagnia. Un po’ di invidia per gli sloveni che si esplorano ste meraviglie.

PS: la gostilna dove siamo stati è un locale di nostalgici della Yugoslavia con immagini di Tito in ogni angolo, musica balcanica e menu di carne a impronta serba. Ho molto apprezzato il kajmak e la šljivovica.

Giuseppe Adriano Moro al secolo Mayo

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