Ci sono gite che si preparano per settimane e non vanno come previsto; poi ci sono quelle che iniziano con un obiettivo preciso e finiscono per regalare una storia completamente diversa. La Dimnice doveva essere un passo importante della mia riabilitazione. Un passo difficile, perché avrei affrontato le prime vere strettoie dopo il vecchio trauma e questa grotta ne offriva un’ampia scelta. Tre di queste, le principali prese in esame, erano orizzontali, da percorrere strisciando e a difficoltà psico-fisica crescente: due nel ramo secco, di cui una particolarmente impegnativa, ed una nel ramo attivo, relativamente facile dal punto di vista tecnico ma psicologicamente insidiosa per la presenza dell’acqua. Alla fine, però, il ricordo più vivo della giornata non sarebbe stato quello.
Pronto ad entrare e pieno di determinazione, seguo Kraft fino a trovarmi davanti a un’enorme voragine. Una decina di metri di diametro con una fitta vegetazione che tenta di riconquistare le profondità. L’ingresso delle Dimnice è uno strapiombo di circa quaranta metri, spettacolare e suggestivo. Kraft lo arma e iniziamo a scendere; la corda sembra calibrata apposta, terminando a pochi centimetri dal fondo. Arrivati alla base, immersi nel fresco clima ipogeo in netto contrasto con l’afa di questi giorni, provo una sensazione quasi liberatoria. Il leggero stillicidio e il fruscio lontano dell’acqua completano l’atmosfera che tanto desideravo ritrovare e che mi ha spinto, ormai da un anno, a riaffrontare il vecchio trauma.
All’improvviso, in quel silenzio quasi assoluto, ci sembra di sentire qualcosa di insolito: sembra un pigolìo lontano, debole. Ci guardiamo perplessi e, pensando di aver sentito male, proseguiamo seguendo il percorso turistico che collega i due ingressi senza immaginare che quel suono ci accompagnerà per tutta la giornata. Di sala in sala, la grotta ci svela i suoi ambienti enormi, stalattiti e stalagmiti gigantesche, colate e concrezioni modellate dall’acqua nel corso di tempi inimmaginabili. Ma tra tutte le sue meraviglie, a dominare l’ambiente sono loro: i Ciclopi. Troneggianti nel mezzo di un vasto salone, queste enormi colonne sembrano sostenere da sole l’intera montagna. La loro imponenza lascia inevitabilmente a bocca aperta.
Continuiamo a scendere fino alla vecchia zona di captazione dell’acqua; da qui inizia il ramo attivo della grotta. Tra le tre strettoie prese in considerazione, preferiamo affrontare per prima quella acquatica, viste le previsioni meteo incerte per la serata. Mentre ci cambiamo, sentiamo nuovamente quel lontano richiamo. Se prima credevamo di essercelo immaginato, ora è evidente e inconfondibile dagli altri rumori ipogei. Continuiamo comunque a non capire né cosa sia, né da dove provenga. Lasciando il mistero alle nostre spalle, ci immergiamo nelle acque gelide del torrente, iniziando ad acclimatarci al freddo pungente che ci accompagnerà per buona parte della visita.
Da quel punto la grotta cambia completamente aspetto. I grandi saloni fossili lasciano il posto a un lungo ramo attivo, a tratti ampio e a tratti più angusto, ma mai abbastanza da farmi dubitare di poter passare. Come accade in ogni grotta attiva che Kraft ed io visitiamo, ognuno segue la sua filosofia: lui si arrampica ovunque pur di restare asciutto, scegliendo passaggi improbabili sulle pareti, mentre io sguazzo beatamente nell’acqua gelida, avanzando comodamente al centro della galleria. Dopo qualche tuffo, alcune risalite e diversi restringimenti, la volta inizia ad abbassarsi. Un lago profondo non permette più di proseguire camminando e siamo costretti a nuotare letteralmente con l’acqua alla gola e il soffitto pochi centimetri sopra, che ci lascia a malapena lo spazio per respirare. Inaspettatamente urto il casco contro una sporgenza che mi spinge sott’acqua; qualche frazione di secondo è sufficiente per richiamare i vecchi fantasmi. Prima che il panico abbia la meglio su di me, arretro verso una zona più comoda, riprendo fiato e mi concentro. Il nostro obiettivo è più avanti e quell’imprevisto è troppo banale per fermarmi. Proseguo con particolare cautela, manovrando il casco in quel poco spazio tra il soffitto e il pelo dell’acqua, finché – girato l’angolo – finalmente la vedo: la strettoia, la grande prova.
Il tetto rimane basso mentre il fondo roccioso si alza progressivamente fino a lasciare uno spazio alto appena quaranta centimetri, attraversato da un velo d’acqua che scorre rapido verso valle. Se da un lato la difficoltà prettamente fisica è modesta, l’aspetto mentale è assai più impegnativo. L’acqua mi scorre lungo i fianchi e si raccoglie vorticosamente davanti alla faccia, generando una sensazione di chiusura ben più opprimente della sola roccia che incombe sopra la testa. Il laminatoio è lungo sì e no un paio di metri, ma mentre lo sto percorrendo, mi pare interminabile. Pian piano il passaggio si allarga e la strettoia finisce in una pozza che scarica l’acqua tra due stalagmiti verso un grande salone. Superate quelle sentinelle di pietra, lo spazio si apre improvvisamente. Immenso. Arioso. Libero. La soddisfazione è enorme e la tentazione di proseguire è forte: voglio vedere cosa si nasconde oltre quel salone, ma il tempo non è dalla nostra parte. Le previsioni minacciano pioggia e, in una grotta attiva, ignorare tali informazioni è un errore che si può pagare molto caro. Decidiamo quindi di tornare indietro; ci saranno altre occasioni, la Dimnice è talmente grande e suggestiva da meritare sicuramente altre visite.
Ripercorriamo la strettoia: conoscendola è ormai quasi banale rispetto a pochi minuti fa: è evidente che la difficoltà era principalmente mentale. Continuiamo a risalire controcorrente, passiamo la volta ribassata nuotando agevolmente e iniziamo a scavalcare senza fatica alcune balze rocciose fino a un breve sifone che all’andata avevamo aggirato. Proprio qui sentiamo ancora l’acuto pigolìo, questa volta più vicino che mai. Quasi un grido d’aiuto. Kraft guarda in basso, verso l’acqua e lo vede: un piccolo rospo. Nuota lentamente controcorrente, infreddolito e stanco, ogni movimento sembra più debole del precedente. È in trappola. La lunghissima via verso la libertà è bloccata dal sifone e dalle ripide pareti circostanti, il tutto immerso nel buio più assoluto. Chissà come e quando questo povero animaletto sia finito lì sotto, condannato a una fine tanto lenta quanto inevitabile.
Che fare? Provare a salvarlo comporterebbe affrontare tutti i passaggi tecnici da qui all’uscita portandoci appresso un passeggero fragile e imprevedibile. D’altro canto, lasciarlo lì ci sembra davvero troppo crudele. La decisione è presa quasi senza bisogno di parlarne: lo porteremo fuori con noi! Da quel momento l’obiettivo si trasforma: da riabilitazione psico-fisica a missione di soccorso anfibio.
Il rospetto viaggia custodito con attenzione tra le nostre mani; ce lo passiamo delicatamente nei punti più difficili, quando servono entrambe le mani per superare qualche ostacolo. Attraversiamo le rapide, i guadi e le sale del ramo attivo, risalendo il torrente e ammirando ancora una volta quello spettacolo scolpito dalla Natura. Riscaldandosi nel guanto, il nostro amico a sangue freddo riprende un po’ di vitalità. I suoi timidi cra-cra non suonano più come richieste d’aiuto, bensì gemiti di gioia o – forse – lamentele per la scomoda ma necessaria gabbietta di dita.
“Come lo chiamiamo?” Chiedo a Kraft mentre stiamo raggiungendo la vecchia captazione dell’acquedotto.
“Perché? – ribatte lui – C’è bisogno di dargli un nome?”
“Certo! Ogni grande avventura merita un nome degno di essere ricordato. – Rispondo senza esitazione – Ci vorrebbe un nome con la “R”, tipo Rinaldo Rospo, o Riccardo Cuor di Rospone, oppure Ryan del Rio Ospo”
“Che ne dici di…Rasputin” Propone Kraft ridendo.
“Bravo! – Mi piace la sua idea – Rasputin il Rospo. Per gli amici: Rosputin.”
E così finalmente raggiungiamo la fine del ramo attivo con Rosputin appresso e ci cambiamo tenendolo d’occhio affinché non si rituffi in acqua, vanificando i nostri sforzi. Risaliamo la scalinata fino ai grandi saloni, affianchiamo i Ciclopi e raggiungiamo il fondo del pozzo d’ingresso. Riarmati di croll e maniglia, ci prepariamo per la fase più delicata per il nostro compagno a quattro zampe: la risalita su corda. Rosputin viene assicurato nel sacco di Kraft e – dopo esserci accertati che abbia sufficiente spazio e aria per respirare – partiamo verso la luce.
«Forza e coraggio, Rosputin, che ormai siamo fuori!»
Quando finalmente anche Kraft esce all’esterno, mentre recupero la corda lui tira fuori Rosputin dal sacco, quasi incredulo – quanto noi – di essere vivo. Subito pensiamo di liberarlo all’ombra delle frasche lì vicino, ma il rischio che torni ad estivare nella stessa grotta, attratto dal fresco dell’abisso, è troppo alto. Lo portiamo quindi fino a un’altra dolina ombreggiata, altrettanto fresca e umida, ma lontana dal rischio di cedere ancora al richiamo di questa grotta letale. Lo appoggiamo delicatamente a terra; per qualche secondo resta immobile. Poi un salto. Poi un altro e un altro ancora. Scompare al sicuro nella vegetazione.
Così termina la nostra spedizione. Non con la scoperta di una nuova galleria. Non con una fotografia spettacolare. Nemmeno con il superamento della strettoia che tanto mi aveva preoccupato. Termina con il salvataggio di un piccolo rospo che nessuno era partito per cercare e che, alla fine, è diventato il vero protagonista della giornata. Perché oggi non abbiamo soltanto visitato una grotta. Oggi abbiamo riportato Rosputin a casa.
Ohm e Kraft