fotokilimangiaroDomenica 17 marzo 2019, alle ore 16.30 siamo andati in onda su Rai Tre, ospiti del programma Kilimangiaro. Brezno pod Velbom, Steps e progetti futuri: insomma, una gita domenicale a Saxa Rubra per raccontare le nostre avventure.

Qualche settimana fa, mentre stavo spensieratamente arrampicando in falesia, squilla il telefono: numero sconosciuto. Sarà la solita spam, non ho voglia di rispondere adesso…ma ormai che ce l’ho in mano.
“Pronto, salve, sono Floriana, della redazione di Alle falde del Kilimangiaro… – Forse ho sentito male, Kilimangiaro cosa? Sarà una nuova offerta della TIM – Alle falde del Kilimangiaro, la trasmissione su Rai Tre. Cercavo Alberto Dal Maso…

poster_velb_-_lqIn quattro e quatr’otto sono assoldato per un intervento in diretta alla loro trasmissione. Vogliono che racconti al pubblico dell’impresa al Brezno pod Velbom, di cui hanno trovato il trailer sul sito del Trento Film Festival. Un po’ spiazzato e un po’ orgoglioso, non ci penso due volte e accetto volentieri. Sono passati ormai quasi tre anni, ma il ricordo di questa grande avventura è ancora fresco nella mente e nel cuore. Mi chiedono anche di Sara e, cogliendo la palla al balzo, approfitto subito per proporre le nostre attività più recenti, in particolare “Steps – Young Alpinists on Ancient Trails”: un progetto multidisciplinare portato a termine la scorsa estate, tra le montagne di Yosemite e le Dolomiti Friulane.Arriva il grande giorno, in treno ci prepariamo le risposte alla bozza dell’intervista. E’ difficile incastrare tutto quel che ci sarebbe da dire in un colloquio di dieci minuti scarsi e ancor più difficile è ricordarsi di non tralasciare nulla una volta in onda. Specie quando, cinque minuti prima di entrare in studio, ci avvertono che hanno cambiato l’ordine di alcune domande e altre nemmeno ce le faranno.
Ci spediscono in sala trucco, dove, senza lasciarle il tempo di protestare, pitturano la faccia della mia ragazza come fosse Halloween. Lei fissa con orrore la sua immagine allo specchio “In TV bisogna fare così, è una questione di luci.” Cercano di rassicurarla. Mah, sapranno loro, resta il fatto che a me fa impressione, e a lei ancora di più. Mancano meno di cinque minuti al nostro turno e le stanno ancora sistemando i boccoli: non sembrano avere molta fretta.
Finalmente si decidono a portarci in studio. Ci devono ancora mettere i microfoni e il documentario precedente sta finendo, eppure di nuovo nessun segno di premura.
“Trenta secondi!” Avvisa una voce.
Entra la conduttrice, si siede davanti a noi, ci dice due parole per metterci a nostro agio, si riguarda un attimo i cartoncini promemoria e, all’annuncio “Attenzione…in onda!” si dipinge in faccia un sorriso smagliante.
I dieci minuti dedicati a noi volano in un attimo e la puntata non è ancora finita mentre noi siamo già seduti sul treno del ritorno. Nel complesso siamo soddisfatti, ma po’ scocciati per il fatto di non essere riusciti a dire le cose che volevamo: sono bastate un paio di domande non fatte – e con esse le relative risposte – a cancellare i nomi di tutti i protagonisti di Velb e di Steps. Tengo soprattutto a citare qui Luca, Matteo e Andrea, gli unici ad aver brandito le piccozze all’interno del Brezno pod Velbom; i membri della fantastica squadra di Steps, Davide, Roli e Nataša; e Marchio e Serena, che hanno montato entrambi i film.
In ogni caso, non stiamo più nella pelle per poter vedere la registrazione del nostro intervento, anche perché i primi commenti di amici e parenti iniziano già ad arrivare. Sono tutti positivi, ma… sarà vero? In attesa che carichino la puntata su RaiPlay, discutiamo tranquilli sull’esperienza vissuta, contenti se non altro di aver conosciuto una produzione televisiva di questo calibro e di esserci aperti buone prospettive per collaborazioni future. Il tempo di un’ultima stretta di mano, da buoni colleghi, e ci chiama Lorenz, riportandoci alla prossima piacevole incombenza, decisamente più nel nostro campo: è ora di organizzare il viaggio in Caucaso!

17/03/2019

Alberto Dal Maso

Link alla puntata su RaiPlay (dal minuto 46):

https://www.raiplay.it/video/2019/03/Kilimangiaro-Il-Grande-Viaggio-Tutte-le-facce-del-mondo-d8e453ba-b6e3-4552-9fd5-487596a7c1ea.html

Già non vedo l’ora di tornare

dscn5484Mala Boka. La prima volta che ho sentito questo nome neanche sapevo si trattasse di una grotta. Da allora ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti – e nei sifoni. I miei compagni di avventure non si sono certo risparmiati nei loro racconti rocamboleschi sulla traversata sotterranea che dall’ingresso del BC4 a 1730 metri di altitudine, porta all’uscita della Mala Boka, a due passi dal centro di Bovec (432 m). Così, più curiosa che mai, quando Kraft e Roli mi hanno proposto di unirmi a loro per l’esplorazione di un ramo laterale, non ho saputo resistere.

dscn5455Scegliamo due giorni particolarmente freddi e ventosi: condizioni perfette per scendere nelle profondità della terra, anche se un po’ irritanti per percorrere i pendii di neve gelata che salgono all’ingresso della grotta. “Meglio così, una volta dentro ci sembrerà di fare la sauna!” Commenta Kraft, mentre io acchiappo per un soffio la giacca di Roli, che stufa della nostra compagnia ha deciso di volare a valle.

Entriamo velocemente nel BC4, cimentandoci con le prime calate negli stretti pozzi dell’ingresso. Man mano che scendiamo la grotta si allarga, comoda e scintillante. “Wow, che spettaccolo!” Commento io, estasiata.

dscn5461“Vedrai quando arriveremo a Nutella Killer.” Ridacchia Roli.

In effetti, il meandro rende giustizia al suo nome: un budello melmoso e scivoloso da cui usciamo color del cioccolato. Il sapore però non è altrettanto piacevole, penso fra me dopo essermi passata per sbaglio un guanto infangato sulla faccia.

“Mmm, mi sa neanche un terzo.” Borbotta Roli.

“Ma chi ben comincia…” Gli do corda io, ridacchiando.

Kraft ci manda a quel paese, avvita lo spit e riprende l’ascesa. Finalmente, quando le mie ossa intirizzite stanno ormai iniziando a fossilizzarsi, il nostro scalatore fissa la corda in cima al pozzo. Risaliamo curiosi e, una volta su, io schizzo subito avanti per delle roccette viscide e un po’ marce, ansiosa di scoprire cosa c’è oltre.screenshot-2019-03-11-at-21-32-28 In un attimo sono su una specie di cengia e…inizia a piovermi in testa. Mi tiro indietro, infastidita, poi risalgo stando più a destra. Sopra di me c’è un pozzo gigantesco, perfettamente levigato, con una piccola cascata nel mezzo. Molto bello, suggestivo e promettente. Chiamo contenta Kraft e Roli, che mi sono accanto in un attimo. Guardiamo in su, soddisfatti, poi controlliamo l’orologio: è mezzanotte e il campo è ancora lontano.

“Per risalire questo ci vorranno chissà quante ore…” Dichiaro, sbadigliando.

Roli sbadiglia di rimando: sta dormendo in piedi. Kraft è visibilmente indeciso. Io non so che dire: vorrei andare avanti, ma sono estenuata. Alla fine, anche se a malincuore, concordiamo tutti che è il momento di fare dietrofront. Così lasciamo una corda e qualche fix alla base del pozzo, pronti per la prossima sortita, e ci dirigiamo verso il campo. “Magari dal rilievo si riuscirà a capire dove punta il ramo e potremo cercare direttamente l’ingresso esterno…” Borbotta Kraft speranzoso, mentre torniamo alle gallerie principali, pronti ad affrontare la strada che ci separa dal sacco a pelo.

“Non me la ricordavo così lunga.” Cerca di giustificarsi Kraft per la quinta volta, dopo più di quattro ore che vaghiamo per saloni, gallerie e pozzi.

Arriviamo alle baracche di teli termici in tempo per la colazione e, dopo tre ore di dormiveglia, siamo già pronti a ripartire, motivati dal freddo pungente. Man mano che proseguiamo, la grotta sembra svegliarsi: ci abbraccia, magica di suoni e di immagini. Sempre più bella, affascinante, spettacolare, si getta infine nel canyon vivo e danzante di acqua. Siamo ora nel cuore pulsante della Mala Boka, in questo immenso meandro lavorato dai millenni, con pareti scolpite che salgono fino a confondersi nelle tenebre e il torrente che zampilla cristallino sotto i nostri piedi. I passaggi sono mozzafiato, ma piuttosto acrobatici: si procede in spaccata, o con la schiena di qua e le gambe di là, spesso a precipizio sul vuoto. La roccia è levigata, scintillante ed estremamente scivolosa.

dscn5488Tornati finalmente al livello dell’acqua, sguazziamo nel fiume sotterraneo per tutto l’ultimo tratto, con il pensiero che corre sempre più spesso al famoso sifone finale: si riuscirà a passare? Se fosse allagato – cosa che succede spesso nei periodi piovosi – ci toccherebbe rifarci in senso inverso tutta la strada appena percorsa, ossia 8 chilometri e 1300 metri di profondità: prospettiva tutt’altro allettante, considerato anche che abbiamo finito le scorte di cibo.

Secondo le valutazioni attentamente discusse prima di partire, il sifone dovrebbe essere aperto. ‘Dovrebbe’, eppure nessuno di noi tre ne è del tutto convinto e siamo sempre più ansiosi di vedere con i nostri occhi. Superiamo un’alta camera sotterranea, tutta decorata da uno stranissimo alfabeto, a metà tra il greco e il russo, misterioso e difficilmente interpretabile. “Per chi non credesse agli alieni…” Rido io, con una sorta di ammirazione reverenziale per quest’altro segreto che ci regala la roccia. Passato un laminatoio che sembra non finire mai e una condotta circolare decorata da migliaia di scallops, affrontiamo infine la calata decisiva: mi lancio giù, usando il discensore solo per rallentare leggermente la mia picchiata. dscn5504Atterro con un salto in una pozza d’acqua…brutto segno. Mi guardo intorno, scoprendo con sollievo che si tratta solo di un’innocua pozzanghera. ‘Massì, era ovvio’. Commento fra me. Ma so benissimo che niente è ovvio nella vita. E in grotta men che meno.

Ancora qualche acrobazia sugli ultimi laghetti cristallini, appesi su corde consumate ormai più sottili di lacci da scarpe, e siamo fuori: enormemente soddisfatti e incredibilmente asciutti – piedi a parte, s’intende. Il cielo serale, decorato da qualche stella che sbuca tra le nuvole, fa capolino dall’immensa voragine rocciosa dell’ingresso. Tutto intorno a noi c’è un’aura sospesa, avvolgente, come se la notte di fine inverno fosse accogliente e nostalgica al tempo stesso. Mentre percorriamo gli ultimi metri verso Bovec, mi guardo indietro un’ultima volta: la Mala Boka è davvero un luogo incredibile, tanto magicamente vera, quanto semplicemente bella. Già non vedo l’ora di tornare.

Sara Segantin

23-24 febbraio, 2019

bc-4-rbkspaccatobc-4-rbk-pianta-2019dscn5472